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Aroma, un tango

tangueros

Era strano come la vista di lei richiamo’ alla sua mente l’aroma del caffé. Era un qualcosa a cui lui prima di allora non aveva mai pensato. Non l’aveva mai associato una donna ad un profumo amaro. Cosa ci poteva essere in lei che tanto gli richiamava l’aroma di una moka? La risposta arrivo’ come spesso fanno le intuizioni, con un lampo improvviso. Cio’ che in lei gli aveva fatto pensare a quella bevanda amara era la capacita’ del profumo del caffé di imporsi su tutti gli altri odori. Era questo cio’ che Luis aveva percepito quando aveva visto Carmen in quella sala da tango. Una presenza cosi’ intensa, come un profumo che si imponeva su tutti gli altri. Luis era un ballerino ormai esperto. Non un professionista, certo, ma sicuramente un praticante navigato abbastanza da saper trasmettere emozioni con la danza. Questa sua esperienza lo aveva gia’ fatto ballare con numerose altre donne. C’erano stati bei momenti, si, ma niente di paragonabile a quello che lui sicuramente avrebbe sentito con Carmen. Che cos’era in lei che lo aveva attirato a tal punto? Forse i suoi occhi neri con un brillio tra l’incuriosito ed il giocoso? Forse quei lunghi riccioli neri che lui voleva tanto accarezzare? O forse il suo portamento fiero che faceva scappare via ogni altro uomo non abbastanza sicuro di se stesso? Anche se la risposta a tutto questo gli sfuggiva, la mente di Luis era stata in grado di mandargli un messaggio ben preciso: doveva ballarci. La ronda di tango era iniziata gia’ da un po’. Il bandoneon quella sera gia’ sembrava parlagli. Ogni nota suonata dalla banda quella sera sembrava averlo portato a quell’incontro. La mente di Luis continuava a mandare segnali sempre piu’ chiari. Quale migliore modo di conoscere una donna se non ballandoci?  Che importa poi se quello che uno scopriva sulla pista da ballo fosse realta’ o finzione? Ad ogni passo verso di lei la sua convinzione saliva. L’incontro si sarebbe svolto secondo regole ben precise. Uno sguardo iniziale, per testare il terreno. Un accenno di lui alla ronda, il cerchio in cui si muovevano gli altri ballerini. Una risposta di lei, un sorriso, o meglio ancora un leggero inclinarsi del capo. E poi tre danze. La prima. Semplice. D’esplorazione. Una sorta di preliminari in cui si cerca di capire quali molle facciano scattare l’altro. La seconda piu’ decisa, un modo per farsi capire meglio, per far capire al prossimo come potrebbe essere una vita insieme. La terza danza sarebbe stata l’apice. Quello sarebbe stato il momento per tirare fuori tutto quello che si aveva da offrire e per soddisfare ogni desiderio nascosto senza piu’ nessuna malizia. Quell’esperienza, quell’emozione, era cio’a cui Luis mirava. Il piano di lui era ormai stato stabilito. Gli occhi di lei gli fecero capire che anche lei aveva un piano, forse diverso dal suo. Forse piu’ intenso. Ora non restava che recarsi a ballare. La vita avrebbe fatto il resto.

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Pensieri

neurons

“Liberati dalle preoccupazioni. Pensa a chi ha creato il pensiero. Perché stai in prigione se la porta é cosi’ aperta?” J. Rumi

Quante volte ci troviamo ad inseguire pensieri che prendono quello che siamo, quell’imenso spazio d’amore, e lo contorcono fino a stravolgerlo nella nostra mente. Ma che bisogno c’e’ di seguire tutto questo? I pensieri sono quel che sono, pensieri, e molto spesso nascono dal nulla. A volte nascono da storie, o meglio versioni, di noi stessi che abbiamo gia’ abbandonato, ma che forse in parte abbiamo ancora paura di salutare. Non bisogna aver paura dei proprio pensieri. Averne paura sarebbe fare come quel cane che ha paura della propria ombra. In realta’ il vero rapporto con l’ombra dei pensieri e’ molto diverso: dove noi andiamo lei ci segue, tutto qui. Ma sta a noi comprendere questi pensieri e possibilmente non permettergli di assumere le sembianze di un mostro imbattibile. La verita’, per quanto ci possa spaventare, e’ che noi siamo gia’ liberi dalle idee preconcette di noi stessi. La porta per noi stessi e’gia’ aperta, a condizione che noi diciamo la parola magica. Quello che ci serve, insomma, e’ solo dire Si.

Un povero derelitto

neem keroli baba

« Tutto appartiene agli dei; i sapienti sono amici degli dei; i beni degli amici sono comuni. Perciò i sapienti posseggono ogni cosa »
(Diogene di Sinope, citato da Diogene Laerzio)

Tutti al villaggio mi chiamano il pazzo. Come biasimarli? Se io mi vedessi da fuori probabilmente mi darei lo stesso nomignolo. Guarda quello con vesti stracciate, buttato li in mezzo alla strada, guarda che derelitto! Questo é quello che penserei tornando a casa dalla mia mogliettina, tutto bello vestito, con le mie scarpe di cuoio nere, la mia camicia azzurra e ed una ventiquattrore scintillante portata come uno scudo, quasi dovesse difendermi agli incontri di lavoro quando dico di essere un esperto nella mia materia. Eppure é proprio qui che sta la differenza tra me ed il mondo di tutti i giorni: io so di non sapere. E non é solo qualcosa che ho letto in un sussidiario a scuola in chissà quale vita io prima facessi. No, io questo lo so davvero! Il mio é un non-sapere che mi si é infilato sottopelle. Lentamente, da quando l’ho iniziato a concepire, questo mio stato di ignoranza intrinseca ha scavato il mio sguardo, si é fatto spazio tra le mie gengive ed ha creato calli sulle mie mani. Il non-sapere mi ha modellato in pieno, quasi fossi una sua scultura ed il mio pensiero lineare non avesse più nessun diritto di voto in materia. Eppure, nonostante le difficoltà che sapere questa verità mi ha dato, io non posso che ribadirlo: l’uomo di per sé non sa niente di niente. In questo io posso dirmi il più umano di tutti, o per lo meno il più onesto sulla mia vera condizione. Se guardo indietro é stato proprio questo non-sapere che mi ha salvato da una vita che altrimenti sarebbe stata per me più grigia dei miei stessi capelli. Sin da quando ho memoria é stato proprio come se per me l’innocenza del non-sapere fosse l’unico elemento in cui mi fossi mai potuto davvero trovare a mio agio. Questa mia totale mancanza di direzione nella vita, e sopratutto la mia mancata pretesa di averne mai avuta una, é stata, in ultima analisi, la mia più grande benedizione. Per questo Benedetto é il nome che ho dato al mio cuore. Questo é infatti l’unico nome tra i tanti che mi sono stati appioppati in cui io mi sia mai riconosciuto. Il motivo é che non mi é stato lanciato addosso in condizione predefinite, bensì questo nome mi é semplicemente salito su, in un giorno come un altro, come se all’improvviso quello che io ero sempre stato, ma che tutti mi tenevano nascosto, si fosse semplicemente deciso a manifestarsi. Fu li che persi del tutto ogni tentazione di immaginare come potessero essere la vite degli altri. Vite in cui tutto sembrava scorrere secondo schemi precisi in un ordine scandito in chissà quale concilio passato e di cui neanche i bibliografi ormai si ricordano più. Mentre io mi trovo bene solo in questo mio nulla. E questo perché in questo nulla io non ho più alcun confine. Tutte le lacrime che ho versato in vita mia li vengono lavate via ed a modo loro acquisiscono un senso. Poco importa che il mio odore sia ammorbo, o che il mio aspetto inciti le madri a tirare a se i bambini quando mi passano davanti per strada. Io so che il mio vero profumo é quello del Supremo. Io, in fondo, so che chi guarda dietro a questi occhi é l’innocenza stessa del cielo. Perché alla fine, se il cielo non fosse innocente come farebbe ad accettare l’alternarsi del Sole e delle nuvole, o dei tuoni e della rugiada che li segue? Gli uomini, aihmé, sono invece diventati creature ancora più complicate e rifuggono dall’apparente fragilitá dell’innocenza. Quando guardano al mondo loro pensano che sia un groviglio complesso di materia governato da leggi inesplicabili che prima o poi li schiaccierá e che loro non riusciranno mai a comprendere. Ció che mi hanno insegnato i miei sessantadue anni su questa sfera rotante, invece, é che l’unica cosa che valga davvero la pena comprendere é la semplicitá delle cose. C’é una certa economia nelle leggi di questa vita. Anche quando le cose sono complesse, la grandezza della ragione che muove il mondo ha fatto si che diventino cosi’ complesse da tornare semplici. E quindi cosa c’ é da capire? Chi ha capito questo ha capito giá tutto. Ogni regola, per cosi’ dire, non puó che essere semplice. Se non é semplice la regola é sbagliata. Questa é stata, per me, la ragione di intraprendere la vita che ho scelto. Stá piovendo? Forse mi bagno. Fa freddo? Tremo. Passa un bambino che mi lascia una moneta? Sorrido. Certo, non é cosí che la vedono molti altri miei colleghi, ma che dire? La prendono dal punto di vista sbagliato. E poi questo silenzio che sale su quando uno le storie le ha viste tutte: belle, brutte, con emozioni, amori, ritrovi d’amici ed abbandoni. Per me sono tutte nuvole davanti al cielo. Mi fanno compagnia, a volte mi fanno ridere, a volte piangere. La verita’ é che tutte passano. Solo il cielo é reale. Come avrei potuto io, sapendo questo, tenermi addosso una vita chiamata normale, quando la verita’ é che cio’ che sembrano rigidi castelli di pietra sono in realta’ ammassi di sabbia? Per me ció che é vero é che io sono Amore e l’amore é liquido. Se prende una forma lo fa per un pó, ma é solo uno scherzo, non ci crede davvero. E poi devo dire, che conforto sapere che quando verrá la mia ora non lasceró alcuna traccia. Che liberazione, davvero! Quindi se voi proprio davvero volete ricordarvi di me, ricordatemi come Benedetto, e sopratutto, ricordatevi ció che ha detto il poeta: “Non chiedete consigli al cielo, lui ne sa ancora meno di noi”.