Category: Storie brevi

Aroma, un tango

tangueros

Era strano come la vista di lei richiamo’ alla sua mente l’aroma del caffé. Era un qualcosa a cui lui prima di allora non aveva mai pensato. Non l’aveva mai associato una donna ad un profumo amaro. Cosa ci poteva essere in lei che tanto gli richiamava l’aroma di una moka? La risposta arrivo’ come spesso fanno le intuizioni, con un lampo improvviso. Cio’ che in lei gli aveva fatto pensare a quella bevanda amara era la capacita’ del profumo del caffé di imporsi su tutti gli altri odori. Era questo cio’ che Luis aveva percepito quando aveva visto Carmen in quella sala da tango. Una presenza cosi’ intensa, come un profumo che si imponeva su tutti gli altri. Luis era un ballerino ormai esperto. Non un professionista, certo, ma sicuramente un praticante navigato abbastanza da saper trasmettere emozioni con la danza. Questa sua esperienza lo aveva gia’ fatto ballare con numerose altre donne. C’erano stati bei momenti, si, ma niente di paragonabile a quello che lui sicuramente avrebbe sentito con Carmen. Che cos’era in lei che lo aveva attirato a tal punto? Forse i suoi occhi neri con un brillio tra l’incuriosito ed il giocoso? Forse quei lunghi riccioli neri che lui voleva tanto accarezzare? O forse il suo portamento fiero che faceva scappare via ogni altro uomo non abbastanza sicuro di se stesso? Anche se la risposta a tutto questo gli sfuggiva, la mente di Luis era stata in grado di mandargli un messaggio ben preciso: doveva ballarci. La ronda di tango era iniziata gia’ da un po’. Il bandoneon quella sera gia’ sembrava parlagli. Ogni nota suonata dalla banda quella sera sembrava averlo portato a quell’incontro. La mente di Luis continuava a mandare segnali sempre piu’ chiari. Quale migliore modo di conoscere una donna se non ballandoci?  Che importa poi se quello che uno scopriva sulla pista da ballo fosse realta’ o finzione? Ad ogni passo verso di lei la sua convinzione saliva. L’incontro si sarebbe svolto secondo regole ben precise. Uno sguardo iniziale, per testare il terreno. Un accenno di lui alla ronda, il cerchio in cui si muovevano gli altri ballerini. Una risposta di lei, un sorriso, o meglio ancora un leggero inclinarsi del capo. E poi tre danze. La prima. Semplice. D’esplorazione. Una sorta di preliminari in cui si cerca di capire quali molle facciano scattare l’altro. La seconda piu’ decisa, un modo per farsi capire meglio, per far capire al prossimo come potrebbe essere una vita insieme. La terza danza sarebbe stata l’apice. Quello sarebbe stato il momento per tirare fuori tutto quello che si aveva da offrire e per soddisfare ogni desiderio nascosto senza piu’ nessuna malizia. Quell’esperienza, quell’emozione, era cio’a cui Luis mirava. Il piano di lui era ormai stato stabilito. Gli occhi di lei gli fecero capire che anche lei aveva un piano, forse diverso dal suo. Forse piu’ intenso. Ora non restava che recarsi a ballare. La vita avrebbe fatto il resto.

Dacci dentro, bastardo.

cowboy

“Dacci dentro, bastardo!”. Queste tre parole erano l’unico incoraggiamento che mi era stato dato per affrontare Jack il Selvaggio quando  lui si  stava avvicinando a me nella polverosa strada principale di Old Town. La verita’ era che io di affrontare Jack non ne avevano minimamente voglia. Lo sapevo che eliminare combina guai dalla circolazione sarebbe stato un bel servizio per tutta la citta’. Alla fine, pure il vecchio John, il costruttore di casse da morto, sembrava averne abbastanza di questi fuori legge da strapazzo. Chissa’, mi ritrovavo a pensare, magari togliendo di mezzo questo Jack alla fine mi avrebbe pure ringraziato per il servizio. Spero non con una di quelle inutili stellette da sceriffo, ma magari con una bella bottiglia di rum.

Ma era stata proprio una bottiglia dir rum a mettermi nei guai.

Quel giorno me ne stavo tornando da nove giorni a cavallo nel mezzo del deserto dello Utah e per la prima volta mi ritrovavo in un luogo che assomigliasse ad una citta’. Ed una citta’, per quanto infima come Old Town, voleva dire cavalli, donne, riposo e magari occasioni per nuove avventure.  Avventure, mah, non so perché la gente continui a chiamare con nomi altisonanti quello che per un povero disgraziato come me é un modo come un altro per guadagnarsi da vivere, e nemmeno il piu’ onesto. Chissa’ forse al giorno d’oggi le parole avevano perso il loro significato. La stessa cosa l’avevo notata per la parola eroe. Quante volte l’avevo sentita usare per parlare di persone che stavano semplicemente decidendo di sopravvivere.

In ogni modo, anche quando cerchi di andare avanti con quello che offre il convento, o per lo meno cerchi di non farti fregare, il deserto ti lascia sempre dentro una sete che noi puoi calmare se non con del rum. Come se uno avesse nella gola tutta quella sabbia che sperava gli fosse rimasta solo dentro gli stivali.

Stivali. Ancora ricordo il rumori di quelli stivali che risuonavano sul legno del pavimento del saloon quando me ne stavo li bere quello che quei nove giorni di inferno mi avevano solo sognare. C’é da dire che quando uno si trova in quello stato d’animo non suonano certo bene delle parole come: “Hey tu, straniero”. Non sembrano certo una forma di ben venuto, neanche per un lurido posto come Old Town.

Da li tutto si era svolto come ci si poteva aspettare. Lo straniero si volta. Guarda fisso negli occhi il cow-boy con capelli lunghi, barba incolta e stranamente senza cappello. Lo straniero nota anche tutti i suoi amici sghignazzanti alle sue spalle, ma non ha tempo per tutto questo. Lo straniero torna al suo rum. Da li il cow-boy si agita. Niente nel West é piu’ insultante di passare inosservati. Pochi minuti dopo il cow-boy é in strada, con un occhio gonfio. Molti tavoli del saloon sono spaccati. Qualche bottiglia si é rotta, ma l’oste non ha tempo per raccogliere i vetri, perché troppo concentrato a salvarsi la pelle.

Neppure le parole dette poco dopo quella scazzottata mi suonavano nuove: “Ti aspetto a mezzogiorno davanti alla banca, straniero! Voglio vedere se farai vedere la tua brutta faccia!”. Per un attimo pensai che forse qualche giorno in piu’ in mezzo al deserto non mi leso, ma ripensandoci non mi andava proprio di andare in pasto ai condor.

Una cosa che sempre colpisce del West é chi cerca di diventare tuo amico in un lampo. Succede quasi sempre all’inizio di una sfida. La scazzottata é terminata, la sida é stata lanciata, ora rimane solo l’assaporarsi la tensione. É proprio in quei momenti che ti ritrovi una persona dall’aspetto onesto, in questo caso pure con una barba rossiccia, che viene a dirti: “Hey, quello era Cow Man, Corvo Nero, oppure Wild Boy Joe”. Nessuno di questi nomi verra’ ricordato. Diventeranno tutti polvere in mezzo al deserto.

Mentre quell’uomo onesto ti fornisce tutte queste informazioni ecco un gesto che ti fa capire perché é li. Senza farsi troppo notare ti passa una revolver carica tra le mani, dandoti uno sguardo significativo. Forse quello era il suo modo di farmi coraggio, o piu’ probabilmente di sfogare le sue frustrazioni. Chissa’ se quell’uomo dalla barba rossiccia aveva ancora qualche speranza che Old Town sarebbe potuto diventare un luogo pacifico.

Mi ritrovavo ora ad osservare quel revolver che mi era stato appena dato, mentre attendevo quello che il giorno mi avrebbe portato, e quindi la mia sorte. Che forma elegante che hanno i proiettili sul tamburo della pistola. Sei perfetti cerchi color ottone con al centro altri cerchi piu’ scuri. Se ne stanno li ad aspettare che tu scriva un pezzo della storia di quel paese dimenticato e che, chissa’, forse un giorno sara’ meno caotico. Su di loro si che puoi contare.

Ton, ton, ton. L’ora dell’incontro era scoccata. Una cosa vera del West é il calore di mezzogiorno. Lo senti bruciarti la pelle anche sotto al cappello e al poncho che ti hanno accompagnato fino ad allora. Quel che ha di peggio il sole di mezzogiorno del West é che rende opaca la visuale a distanza. Sopratutto quando ti trovi di fronte ad una banca e non sai se la persona che attendi stara’ alle regole non scritte dei duelli di quelle terre di frontiera, fatte solo per essere infrante.

Ora mi ritrovavo di nuovo li, a guardare questa figura opaca che si stava avvicinando all’orizzonte. Ma chi glie lo faceva fare di rischiare la vota per un non nulla. In ogni caso non era un problema mio. Poco dopo le attese parole: “Sei un uomo morto straniero! Non saresti mai dovuto venire ad Old Town!”. Dopo di silenzio.

Quante storie si sarebbero potute scrivere su quegli istanti in cui due uomini decidono di togliersi la vita a vicenda. In quegli istanti ci trovi dentro di tutto: ricordi d’infanzia, immagini di qualche fiume che hai visto seccarsi qualche giorno prima, a volte pure immagini ironiche. Proprio come se fosse un fiume che trascina te ed il tuo avversario. Ma é proprio li che devi toglierti da questa corrente. Starci un secondo di piu’ sarebbe fatale, ed il tuo avversario lo sa. Eccolo infatti partire alla sua destra. Un mossa infantile.

In un attimo la folla radunatasi senti’ partire due colpi. Io riusci’ a sentire caldo alla spalla destra. Quel bastardo ci sapeva fare, ma un uomo non lascia mai la sua rivoltella. Ho solo un istante per guardarmi avanti mentre cado all’indietro cercando di capire la mia sorte. Sento una scossa corrermi per la schiena quando vedo quel bastardo mettersi le mani sulla pancia e cadere in avanti su se stesso. Gli altri fuorilegge, vedendo il proprio capo disteso in una chiazza di sangue sulla polvere, decidono di darsela a gambe quando vedono i fucili degli abitanti. Per fortuna gli abitanti di Old Town non si mostrano cosi’ codardi.

In ogni modo il dolore alla spalla ormai mi sopraffa’. Non rimane molta energia per festeggiare la vittoria con gli abitanti di Old Town, che ovviamente sembrano essersi dimenticati della mia presenza. Tutti tranne uno, quello stesso uomo rossiccio che mi aveva dato lo strumento per liberarmi di quel Jack. Mi rimbomba ancora la sua voce nella mia testa, quando cercava di tirarmi fuori dalla polvere. “Non ti preoccupare ragazzo. Ormai é tutto passato. Adesso ti portero’ a casa mia dove potrai riprenderti”.

Poco dopo aver udito quelle parole, e spostasi la sagoma di quell’uomo mentre mi prendeva tra le braccia, ecco che intravedo una corona di bei capelli rossi apparigli proprio dietro. Dei bei capelli rossi che adornano un bel visino molto piu’ giovane di quello dell’uomo che tanto le somiglia e che ora mi tiene tra le braccia.

Mi sa che mi tratterro’ ancora un po’ li ad Old Town.

 

 

 

Il bus di Kasia. Storie di immigrazione.

London bridge

Kasia ha una figlia piccola, che gioca con il cellulare, mentre entrambe si trovano su di un bus che aspetta di essere digerito dal traffico del centro di Londra.

Kasia si guarda attorno. La sua espressione e’ chiara. Si chiede come farà a dare alla figlia, Ada, le stesse scarse opportunità che a lei la vita ha lasciato come avanzi.

A questa domanda Kasia non ha una risposta, anzi, solo altre domande.

Ha avuto proprio senso per lei interstardirsi in questa città che sembra averle succhiato via la vita? E cosa dire di quel padre di Ada che come unica cosa le ha lasciato il peso di una responsabilità che lui non é riuscito a prendersi?

Kasia é stanca. Per fortuna é giunta la sua fermata a rubarla dal tedioso tentativo di dare una risposta a tutte quelle domande.

Si trova d’un tratto in strada, Kasia. É finalmente uscita da quel guscio rosso a due piani che ogni giorno la scorrazza in giro come un ottovolante impazzito. Ada é sempre li a tenerle la mano e a guardarla un po’ speranzosa e un po’ confusa.

Ora a Kasia non resta che fare un pezzo a piedi per raggiungere casa, sfamare la piccola e metterla a letto. Poi sarà di nuovo tutto piu’ facile, lo sa. Tutte quelle domande che ora le rimbombano in testa verranno presto risucchiate dal sonno assieme alla sua coscienza.

Quel sonno. Kasia lo sa’ che quel sonno arrivera’, come fosse l’unica promessa che il destino sembra poterle mantenere.

Da quel sonno Kasia non sperava più di ricavarne sogni. Le basta avere abbastanza energie da affrontare un’altra giornata e, magari, un altro po’ di speranza. Se non per lei, per Ada.

Trapezisti

losinj

Nessuno dei due se lo sarebbe mai potuto immaginare. Dopo tanto tempo passato con il circo di Praga, Pawel e Yelena Julich sembravano essere diventati delle persone stanziali. Non che loro lo avessero deciso di proposito. Come gran parte delle cose che gli erano capitate, anche questa gli era piombata addosso quasi per caso. Era tutto successo quando, a causa di una tempesta non attesa, il circo per la prima volta aveva deciso di fare uno spettacolo fuori programma nella cittadina di Magicville. Nessuno dei due sapeva dire che cosa ci fosse nell’aria di quella cittadina che tanto li attirava, eppure sia Pawel che Yelena non si erano mai sentiti cosi’ felici da quando avevano lasciato la Serbia. Piu’ che felici i due sembravano essere come avvolti in uno stato di grazia. Nei tre giorni di spettacolo che fecero in quella cittadina ogni passaggio del trapezio sembrava avvenire senza sforzo. Pure il triplo carpiato, il loro pezzo forte, sembrava quasi avvenire da se. Eppure, nonostante il loro stato quasi euforico, nessuno dei due aveva preso in considerazione l’ipotesi di stanziarsi. Forse muoversi era per loro qualcosa di cosi’ radicato che ormai faceva parte del loro DNA. Eppure, quando era finalmente giunto il momento per la carovana di ripartire, il loro camper-casa aveva deciso di non muoversi. Neanche l’uomo forzuto era riuscito a fargli fare quei due metri che forse avrebbero fatto ripartire la batteria. Pawel e Yulia non si erano pero’ persi d’animo. Parlarono immediatamente con Franco, il direttore del circo, che si era mostrato molto comprensivo. Gli acrobati si misero d’accordo di raggiungere il circo nella prossima citta’ la settimana successiva. Niente di grave insomma. Per i due acrobati sarebbe bastato solo trovare un meccanico, prendersi una pausa nel bel golfo della cittadina e poi lasciarsi Magicville alle spalle. Tutto sembrava facile e deciso. Peccato pero’ che fossero ormai passate gia’ tre settimane da quella conversazione con Franco. A Yelena iniziavano a balenare in testa pensieri che lei non aveva mai creduto di poter avere. “Come sarebbe stato rimanere ferma in un posto? Che sensazione poteva dare il rivedere ogni giorni gli stessi edifici e le stesse facce, in quella che gia’ le sembrava essere un eternita’?”. Questi erano i pensieri che in lei si facevano sempre piu’ frequenti. Erano forse queste le cose su cui sua nonna l’aveva messa in Guardia. “Non rimanere in posto piu’ del necessario, Yielena! Noi circensi siamo figli del vento e il vento, si sa, non ha pazienza. Se lo farai aspettare ti lascera’ e tu diventerai come quei massi che rimangono tutta la vita fermi in un posto!”. Rimanere fermo in posto, che concetto strano. Eppure tutti i massi che aveva visto nella sua vita non sembravano passarsela poi cosi’ male. Il muschio vi cresceva sopra, gli scoiattoli ci nascondevano sotto le ghiande e i porcospini vi ci cercavano una tana. Forse alla fine essere un masso non era poi cosi’ male. Forse quello, proprio come un masso in una foresta, poteva essere un rifugio sicuro. Ma no, ma cosa stava pensando! Yelena doveva scrostarsi quei pensieri dalla testa! Sarebbe tornata da Pawel e ne avrebbero parlato. Non prima di godersi un altro bel tramonto sul golfo di Magicville pero’…

Jack il pirata fortunato

pirates!

Dopo mille avventure passate in mezzo al mare sembrava proprio che per Jack il pirata fosse giunta la sua ora. Nella sua vita Jack ne aveva viste parecchie, anche per un pirata. Era riuscito ad uscire dalle prigioni piu’ segrete di Caracas, a svignarsela della rivolta di Bermuda e pure a rubare il tricorno del governatore della Jamaica (si proprio il lui, l’ex-pirata Sir Henry Morgan). Tutta questa serie di avventure gli era valso il nomignolo di Jack il Fortunato. Questa volta pero’ questa sua fortuna sembrava tardare ad arrivare. Erano passate solo poche settimane da quando la tempesta piu’ forte che gli abitanti di Tortuga avessero mai visto gli porto’ via gran parte delle sua flotta. Per un pirata esperto come Jack era fin troppo chiaro che un capitano non puo’ dirsi tale se non ha al seguito una flotta da comandare in direzione di un tesoro. Gli era poi ancora piu’ chiaro che sarebbe stato difficile rimanere a lungo con la testa sulle spalle avendo alle calcagna la marina del governatore, i sicari della banca dei Caraibi e la banda delle vele nere. Erano stati quest’ultimi che erano finalmente riusciti a metter le mani su Jack dopo quella terribile bufera. Per ironia della sorte fu proprio il caso a far si che loro riuscissero a catturare il Capitano Jack il fortunato. La sera della tempesta le navi delle vele nere dovevano infatti trovarsi poco fuori Porto Nascosto, il porto normalmente piu’ sicuro dei Caraibi. Jack, conoscendo i piani dei rivali, aveva diretto li la sua flotta per sferrare l’attacco finale alla banda rivale. Quella sera pero’ la banda delle vele nere si prese una colossale ubriacatura di rum e che ridusse la loro cautela nel rilasciare l’ancora. Diciamo proprio che se ne dimenticarono del tutto! Quando la bufera colpi’ le vele nere si trovarono in mare aperto, quella sera stranamente calmo, mentre Porto Nascosto fu praticamente travolto dalla bufera, cosi’ come la flotta di Jack. Durante il naufragio Jack si ritrovo’ colpito in testa da un albero senza controllo e fu per miracolo che che riusci’ ad aggrapparsi ad una botte galleggiante. Pensava di essersi salvato come al suo solito mentre la botte lo portava in mare aperto. Ora pero’ Jack doveva fare i conti con la verita’: era stato catturato. La cosa piu’ dura da accettare per Jack non era l’essere stato fatto prigioniero, quando la prospettiva insolita da cui rendersene conto. Si trovava infatti sul ponte di una nave. Dal lato dell’oceano. Col la banda delle vele nere ululanti di fronte. Con un cannone puntato contro. Ah, e la miccia del cannone era accesa. Davvero non un bel martedi’ per un pirata! Eppure, per quanto strano potesse sembrare in quel momento, Jack sentiva qualcosa di positivo nel suo essere li. Sentiva che, per quanto assurda, quella situazione aveva un motivo di esistere e questo suo pensiero gli procurava una sensazione quasi piacevole. In quell’istante, infatti, Jack senti’ come se il tempo si fosse fermato. Per Jack questa era una cosa assai insolita impegnato com’era stato a creare la leggenda di se stesso. Ogni giorno una zuffa, un arrembaggio o una sparatoria. Possibile che fosse quello, il momento fatale, l’unico in cui Jack fosse riuscito a liberarsi del senso di adrenalina che aveva caratterizzato i suoi ultimi quarantacinque anni e in cui riuscisse finalmente a vedere l’interezza della sua vita? Fatto sta che in quel momento Jack vedeva la scena intorno a lui dispiegarsi lentamente. Molto lentamente. In slow motion. Si, proprio cosi’, proprio come nei film. Jack pero’ si sentiva completamente calmo, come se la scena attorno a lui non lo riguardasse del tutto. La miccia del cannone era quasi terminata e a Jack veniva data l’ultima occasione di vedere il mondo attorno a lui. In questo caso la visione era data principalmente dalle brutte facce della banda delle vele nere. Jack pero’ non riusciva ad odiarli. A guardarli si sentiva come se la sua vita fosse sempre stata una tela ruvida su cui un pittore pazzo aveva continuato a gettare colori a casaccio e che ora fosse tornata magicamente bianca. In questo suo stato Jack non sentiva forte emozioni, piuttosto notava. Notava cose a caso e a cui prima non aveva dato troppa importanza, come ad esempio la cicatrice sul volto di uno dei pirati sulla destra, quello con la sciabola tra i denti. Chissa’ come se l’era fatta, o se gli avesse fatto male? Oppure notava la porta della stanza del capitano nemico la cui maniglia era stata sicuramente manomessa. C’era poi quel pirata magro che se ne stava di vedetta e guardava la scena dall’alto. A differenza degli altri pirati quest’ultimo non sembrava essere cosi’ eccitato dalla scena che accadeva sul ponte. Che ne avesse viste fin trope da lassu’? Piu’ di tutto pero’ Jack notava la presenza del Sole. Era cosi’ grande, bello e sfolgorante. Guardandolo Jack penso’ che per tutta la sua vita il Sole aveva semplicemente fatto il suo lavoro. La mattina sorgeva a Est e alla sera tramontava ad Ovest. Ogni giorno, da sempre. Sia che per Jack fosse stato un gran giorno, come quando aveva conquistato il forte di Santa Maria, che in giorni piu’ duri, come quando aveva perso il suo primo arrembaggio. Ogni giorno quello stesso sole era stato li con la sua presenza e con il suo calore. Tutto qui’. In quel giorno sul ponte Jack poteva sentire quel calore entrargli dentro e rendere tutto piu’ dolce, anche l’urto della palla di cannone che l’aveva fatto volare all’indietro. Che grande che sembrava il Sole da quella nuova prospettiva. Sembrava quasi che Jack ci potesse finire dentro. Jack era pero’ sempre stato una persona dalla mente molto acuta, sapeva quindi che non era li che era destinato ad andare il suo corpo acciaccato da lupo di mare. La sua meta era piu’ probabilmente andare incontro all’Oceano e forse agli squali. Eppure anche se questo era a lui chiaro quell’ attimo prima della scoppio del cannone gli aveva dato una sicurezza che andava ben oltre la sua logica di pirata. Jack sapeva infatti che quel momento che aveva vissuto sarebbe stato eterno e che in fondo la sua vita, giudicata deplorevole persino agli occhi di sua madre, era andata bene esattamente per come era stata. Era questa certezza che gli aveva dato un senso di calma pure quando il suo corpo semi-cosciente veniva avvolto dalle acque e la sua vista si annebbiava. Mentre scendeva verso il fondo Jack non poteva sentire piu’ nessuna traccia di rancore. In quel momento sul ponte Jack aveva capito che la sua era stata una vita piena e vissuta al meglio che poteva. E poi chissa’ se le sue avventure sarebbero davvero finite? Magari ce ne erano molte alter ad attenderlo sul fondo del mare.

 

Valerie

Dopo tanto tempo passato per le strade di Parigi a vivere di quello che la vita le offriva alla giornata Valerie sembrava aver finalmente trovato quel senso di stabile gioia che aveva tanto desiderato. Questo suo senso di pace che stava imparando a sperimentare era arrivato insieme a quello che sembrava essere l’uomo giusto per lei, Rouben. Lui era piu’ maturo di lei, essendo all’inizio dei suoi trenta, mentre lei si poteva ancora dire una ragazzina, dato che di anni ne aveva appena ventitré. Per molte donne, o meglio giovani donne, avere un uomo piu’ grande al proprio fianco era gia’ abbastanza per sentirsi sicura e protetta. Non era questo pero’ cio’ che Valerie cercava. Lei, infatti, si considerava gia’ una donna forte e con abbastanza esperienza per capire che non sarebbe stato un principe azzurro a risolvere ogni suo problema nella vita. Quello che lei stava davvero cercando era un uomo maturo ma che non avesse abbandonato la sua spontaneita’. Ne aveva conosciuti fin troppi di uomini che si erano lasciati piegare dal senso degli anni e della responsabilita’, e troppo spesso quegli stessi uomini le avevano lasciato sulla pelle il peso del giudizio. Valerie aveva imparato che questo giudizio aveva molte sfumature. Molto spesso queste sfumature venivano trasmesse attraverso lo sguardo. A volte questi sguardi erano chiaramente denigratori e pesanti come incudini, altre volte erano paternalistici, ma non per questo piu’ leggeri. Tutti questi sguardi le piovevano addosso mentre lei stava solo cercando di fare quello che facevano tutti: sopravvivere. Con Rouben tutto cio’ pero’ era diverso. Valerie non aveva mai sentito da lui arrivare alcun peso. Il suo sguardo, al contrario, si aggiustava perfettamente alla descrizione che sua nonna aveva dato una volta a quello di suo marito: “Come un cielo senza nuvole”. Era infatti quella la sensazione che Valerie ebbe dagli occhi di Rouben la prima volta che si incontrarono in Rue de La Fayette. In quell’occasione lei all’inizio lo intravide appena in mezzo alla folla. Le era bastato un veloce sguardo per riconoscere in lui un senso di pacata giocosita’. Una giocosita’ dolce ed amorevole, ma che non ostenta e che per questo non diventa invadente. In quell’istante non riusci’ a fare in tempo ad analizzare del tutto la sua figura che si ritrovo’ a roteare sui suoi tacchi, urtata da una spalla di un passante che era di fretta. Fu proprio prima di finire per terra che si senti’ venire come accolta da delle braccia salde e gentili. Poco instanti dopo ecco quei due occhi blu piombare sui suoi. Valerie non era mai stata una persona romantica e decisamente non una persona mielosa e sdolcinata. Forse un po’ sognatrice, a volte. Come era possibile che questa scena che altre sue amiche avrebbero sognato fosse capitata quindi proprio a lei, che aveva una scorza resa cosi’ dura dalla vita? Eppure da quel momento sapeva che non avrebbe mai potuto dimenticare come quegli occhi profondi sembravano leggerle dentro. Era bastato poco perché lei si trasferisse a casa di lui (a casa di lei non sarebbero mai riusciti a stare). Adesso si trovava proprio li, a spegnere la fumante macchina del caffé che lui tanto adorava, mentre si chiedeva per l’ennesima volta come mai fosse finita proprio li. L’intensita’ di dell’odore del caffé non era abbastanza per distoglierla da quella fitta rete di pensieri in cui si era incastrata la sia coscienza. “La felicita’ é un paradosso che ti arriva addosso all’improvviso”, si diceva. “Arriviamo qui, senza sapere niente, rimaniamo per chissa’ quanto e poi boh. Perché allora questo senso di rimanere ancorati alla vita? E quel tipo di la’ poi. Ci ho messo una vita a crearmi la scorza per sopravvivere e poi arriva questo e via, scorza sparita”. A volte ci si ritrova nelle situazioni piu’ assurde per imparare le lezioni che la vita ci offre. E Valerie spesso si ritrovava spesso a combattere con la sua razionalita’ proprio per questo: per imparare. Imparare ad accettare tutto, anche la gratitudine per un dono che arriva all’improvviso e che senza motivo se ne puo’ andare. Eppure, per quanto la sua mente cercasse di combatterlo quel senso di gratitudine sembrava crescere di giorno in giorno, inducendola a pensare che forse qualcosa di stabile nella sua vita fosse finalmente arrivato. “Amore ho una notizia!”. Era la voce di Rouben che rientrava in casa. Forse per Valerie era giunto il momento di una nuova lezione.

Jalil Al Braham, il gobbo dal cuore d’oro

bedouin

 

“Se vedete un Sufi che si cura del suo aspetto esteriore allora sappiate che il suo interno é corrotto”

Al-Junayd ibn Muhammad ibn al-Junayd, Abu al-Qasim al-Qawariri al-Khazzaz al-Nahawandi al-Baghdadi al-Shafi`i (d. 298).

Jalil Al Braham veniva da sempre chiamato il gobbo. Il motivo per cui il villaggio gli aveva affibbiato questo nomignolo era chiaro a tutti, cio’ dipendeva dai suoi vestiti lerci, dal suo passo incerto e sopratutto dalla sua grande e predominante gobba. Su questa sua gobba giravano moltissime voci, che in un piccolo villaggio sulla via delle carovane, si sa, corrono veloci. Chi passava per il villaggio per una veloce sosta vedendolo pensava ad un misero straccione e, impietosito, gli lanciava una moneta di rame. Chi al villaggio ci passavo piu’ spesso, invece, aveva sicuramente sentito le diverse voci sul conto di Jalil. Alcuni dicevano che Jalil fosse nato sano e che la sua gobba fosse spuntata poi nel tempo e che si fosse estesa di anno in anno. Altri giuravano di aver visto Jalil correre felice senza nessuna gobba sulle dune del deserto nelle notti di luna piena. Solo un circolo di pochi a stretti amici sapevano la verita’ sulla sua storia. Gli stracci, la gamba zoppa e pure la gobba erano tutta roba finta. E quegli amici, piu’ sfortunati degli altri, si ritrovavo ad avere a che fare con il dono della verita’ ed il dubbio dell’interpretare. Loro infatti non sapevano perché Jalil fingesse tutto questo. Alcuni dicevano che il tutto era iniziato anni fa quando Jalil finse la sua condizione per sfuggire ad una guerra nel nome del sultano e che da li in poi non avesse potuto che continuare l’orchestrazione. Per altri la faccenda era piu’ semplice, Jalil era solo un matto con cui fare a volte conversazione. Ma per Jalil la faccenda era ben diversa. Lui fingeva questa pantomima perché in cuor suo aveva capito di essere perfetto. Il suo non era un sapere arrogante e saccente di chi misura se stesso in relazione agli altri. No, Jalil sapeva che al di la’ delle apparenze il suo cuore era un perfetto specchio del mondo. Ma la vita d’ogni giorno, si sa, non ama la perfezione. Per questo Jalil penso’ che era forse meglio sembrare gobbo ed un po’ toccato all’esterno, piuttosto che venisse meno la perfezione del suo cuore. E poi, se ne avesse parlato ad altri ne avrebbero certamente preso per pazzo, tanto valeva che allora lo sembrasse per davvero! Per tanto voi, che vagate per il mondo, la prossima volta che incontrate uno zoppo, un gobbo oppure un pazzo, sappiate che potreste aver davanti un Jalil dal cuore d’oro e che potrebbe essere la vostra occasione di davvero incontrare un essere perfetto.