San Giorgio e il Drago

san_giorgio

San Giorgio é una figura che mi é sempre stata molto vicina fin dall’infanzia. Santo di origina mediorentale, molto riverito nella chiesa greco-ortodossa e a cui é stata dedicata l’isola più visibile da piazza San Marco a Venezia. Giorgio, il santo, ha da sempre sempre incarnato le virtù tipiche del codice cavalleresco: un eroe forte, coraggioso e senza macchia che grazie al suo essere valoroso riesce a salvare la bella donzella dalle grinfie del terribile drago che terrorizza la città. Il solo pensieri che una figura simile potesse essere esistita mi faceva sempre sperare che tutti abbiano nel profondo le risorse per affrontare qualsiasi situazione. Non serve troppa intuizione per capire che le cose non stanno davvero così.

Per comprendere davvero un fenomeno la prima cosa é osservarlo attentamente. Nell’esempio dell’iconografia ortodossa il drago di San Giorgio é rappresentato come un mostro che sbuca dalle viscere della terra. Nella storia il drago se ne stava li addormentato per poi uscire poi ogni tanto e riscuotere il suo debito di sangue. Il drago é quindi qualcosa di originario al contesto sociale a cui si impone. Questo mostro rappresenta sempre una forza che non si può controllare e che sbuca fuori all’improvviso. In certi casi il mostro non sembra poter essere davvero sconfitto, come ne caso di Ercole, che tagliate le teste all’idra ne incontra una immortale. L’unica scelta dell’eroe é quindi quella di seppellire questa testa al fine che non si manifesti mai più. Vi sembra familiare?

Non serve però troppa esperienza per riscontrare come questa visione dualistica, ovvero noi contro loro, non sia riuscita a portare una condizione di pace duratura nel mondo esterno. Ci sono fin troppi esempi dalla scena internazionale che sembrano essere li per ricordarci che lo schema dell’eroe che sconfigge un nemico mostruoso non sia un modello che funzioni. Basti pensare all’attacco all Libia di Ghedaffi, all’Iraq di Saddam e alla lotta al il terrorismo internazionale. Seppure molti di questi individui o organizzazioni fossero senza dubbio dei mostri é spesso fin troppo chiaro che ognuno degli attacchi a questo tipo di fantomatico drago non abbia fatto che generare nuovi mostri da affrontare. Minaccia, guerra, ordine ristabilito. E poi? Una nuova minaccia. Da sempre e per sempre, in una spirale di violenza. Che ci sia forse qualcosa di sbagliato nel modello che ci viene riportato dalla tradizione?

Viene da chiedersi se ci sia un’alternativa migliore a questo schema, magari una che ci possa portare ad una vera e più profonda comprensione della situazione che viviamo.

Il fenomeno diventa ancora più sottile nel momento in cui si realizza che i demoni non sono creature esterne, ma forze ben radicate dentro di noi. Tutti noi affrontiamo queste forze ogni giorno in una maniera o nell’altra. Si trovano nei sentimenti di rabbia se qualcuno ci urta per strada, nell’incapacità di dire quello che si prova, nel rendersi più piccoli di quello che si é, oppure nel crogiolarsi nel dubbio. Tutte queste forze offuscano la nostra visione e ci portano lontano da un’azione compassionevole. Sentiamo rabbia e allora scatta una risposta aggressiva. Sentiamo frustrazione allora si origina un finto bisogno per scacciarla. Sorge un desiderio e di nuovo vi si agisce in maniera ceca per soddisfarlo. Tutto questo é un continuo fornire vergini al drago, dove le vergini sono però pezzi della nostra anima, della nostra attenzione. Sappiamo fin troppo bene che questo tipo di drago non sazierà mai la sua fame. Forse si sazierà per un pò, ma poi la sua fame lo farà risvegliare di nuovo e chissà se ci sarà un qualche San Giorgio di passaggio in quel momento.

Eppure un’alternativa potrebbe esserci: cambiare la propria visione. Si può giocare lo stesso gioco di nuovo e di nuovo, fino a che non si capisce che magari il drago proprio un drago non é e quelli che lui pone come desideri non sono i suoi veri bisogni. Quando il drago si manifesta la sua prima richiesta sembra essere di un certo tipo, eppure spesso ci si accorge che ciò che davvero smuove il drago é qualcose di diverso e più profondo. Bisogna quindi imparare a conversare con questo drago e capire di che cosa ha bisogno.

Ogni volta che ho a che fare con i miei draghi, e quindi quasi ogni giorno, la prima sensazione é quasi sempre lo spavento, oppure il forte desiderio di non affrontare uno specifico drago. Ad uno sguardo più attento però posso riconoscere questi draghi seguono delle tendenze. Certe cose li fanno scattare, altre no. In ogni caso tutti i draghi che ho incontrato (in senso metaforico!) si sono sempre rivelati essere creature fragili, spaventate e desiderose di essere comprese. Sono esseri come tutti gli altri che vogliono soltanto trovare una cura al proprio dolore. In altre parole non sono esseri malvagi e mostruosi da scacciare con delle lance divine, ne tanto meno delle idre da sotterrare. Questi draghi sono di più come bambini da accudire. Vanno osservati, aiutati e presi per mano. Se lasciati a se stessi, non osservati, o se crediamo alle storie che ci propinano ci facciamo condurre dalla parte più immatura di noi. Se invece riusciamo a mantenere una visione più compassionevole il drago sembra poter davvero esprimere il bisogno che davvero lo smuoveva ed ottenuto tutto ciò si rivela essere un elemento importante del nostro essere che torna a collaborare.

Il trucco tutto questo é il riuscire ad abbracciare quello che in noi troviamo repellente ed aiutarlo a trovare le parole per esprimere l’energia che questo cova. Il risultato é sempre una trasformazione. Ciò che all’inizio mordeva e scalciava può diventare un nostro alleato e noi possiamo diventare un pò più liberi, senza il bisogno di essere degli eroi.

P.s.

Ovviamente non sono l’unico ad aver coltivato questo tipo d’idea. Se vi interessa comprendere di più l’idea di nutrire i “draghi/demoni” consiglio “Nutri i tuoi demoni” di Tsultrim Allione. Spero vi sia interessato!

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__nutri-i-tuoi-demoni.php

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