Piccolo diario della paura -Parte I-

incubo

Confess your hidden faults.

Approach what you find repulsive.

Help those you think you cannot help.

Anything you are attached to, let it go.

Go to places that scare you.

-advice from her teacher to the Tibetan yogini Machik Labdron

Questo piccolo racconto parla di paura. Per essere precisi parla di un tipo particolare di paura. La paura di tutti i giorni, quella che piu’ influenza le nostre azioni.  Questa tra tutte le paure é la piu’ amara e la piu’ subdola, perché in realta’ non ha un vero motivo di esistere. Non é scaturita da un evento tremendo, che é li fuori e che per quanto orribile passera’, come un tempesta. La paura di tutti i giorni é piu’ sottile, infida e nascosta. Non si mostra da subito in modo palese, sarebbe troppo facile. E’ piu’ come un onnipresente inganno. Un portarsi un piccolo goblin sulle spalle, pronto ad indicare le nostre piccole imperfezioni e ad ingigantirle. E’ come un intasamento nel rubinetto della vita. All’inizio nato come una sottile traccia di calcare poi cresciuto dentro, piano piano, fino al punto al punto in cui ci chiediamo come mai l’acqua non sgorghi piu’ limpida. Eppure, la cosa strana, é che una parte di noi é conscia di questa paura. Forse non conosce le sue cause recondite, eppure la vede. Si accorge in ogni momento della sottile presa alla pancia, del nodo in gola, o del leggero sudore delle mani o delle tempie. Del segno della paura siamo gia’ consci nel momento stesso in cui la viviamo, che lo si voglia ammettere o no. Durante il giorno sentiamo immediatamente la stonatura della frase detta di traverso, o l’ossessione del link cliccato di nuovo, anche se consci della sua inutilita’ (qualcuno é su facebook?). E allora come fare a liberarsi della paura? Come fare a vivere una vita piena, appagante, d’esempio e senza paura? Avete presente il criceto sulla ruota? Non essendo conscio della meccanica del gioco, lui corre e corre. All’inizio si diverte pure, preso com’é dal senso di eccitazione. Poi la giostra gli sfugge di mano, fino al punto in cui é criceto stesso a girare, quando la forza centrifuga diventa troppa per quelle stesse zampine che l’hanno azionata. Pero’ il criceto ha una scelta. In ogni momento lui puo’ diventare conscio della situazione e capire che é il momento di smetterla, di dire basta e fare altro. Magari mangiare o riposarsi! Tutti noi, siamo in parte come quel criceto. Nessuno puo’ liberarsi dalla paura fino a che siamo ancora nella corsa frenetica della nostra vita. “No vabbe’, perché sai, mi hanno affidato un progetto importante, adesso ho responsabilita’, quindi sai, é un bel impegno..”. Paura. ” No, perché, insomma, cioé, adesso faccio turni pazzeschi. Mi mandano ad Hong Kong, poi New York, Los Angeles”. Paura. “Volevo sentirlo sai, ma lui non mi capisce. Poi vabbé, se proprio ci doveva andare in montagna con gli amici…”. Paura. Non possiamo smettere di avere paura se non la capiamo. E dobbiamo capirla bene, in tutte le sue forme, nei ritardi di pagamento, nei progetti rimandati e nelle cose non dette. Non c’é un rimedio universale alla paura. Sono centinaia d’anni che l’uomo lo cerca questo rimedio, ma deve ancora saltare fuori. Tribu’ dopo tribu’. Conformismo dopo conformismo. Scuse dopo scuse. Il primo passo per l’assenza di paura é l’accettare di sperimentarla, sentirla sotto pelle, darsi il permesso di essere terrorizzati. Magari in un ambiente controllato, come la propria stanza e magari non in metro, o al lavoro. Questo puo’ permettere di capire la paura meglio, di sentirne il suo sapore, di riconoscerla e di capire che lingua parla quando prende in prestito la nostra. Solo sentire davvero la paura ci puo’ dire a livello empirico se avere paura é davvero cosi’ pauroso, oppure se é solo un’ esperienza umana. Magari questo puo’ farci anche scoprire se la paura é un esperienza utile, che da peso, prospettiva e che ci fa capire le cose ad un livello piu’ profondo. Come facciamo a comprendere davvero una cosa se ci rifiutiamo di vederla? Un’altra cosa da capire é che il contrario della paura non é il coraggio, ma la compassione. Il coraggio puo’ serbare ancora in se i tratti dell’arroganza. “Hai visto che sono arrivati a piedi in Mongolia?”, “Mentre tutti erano li ad aspettare sotto la pioggia io sono arrivato fino in cima, hai visto!?!”. Per questo tipo di paura la compassione é la cura piu’ sana e piu’ vera. Permettersi ogni giorno di scendere dal piedistallo, guardarsi in faccia per come si é e ad abbracciare le proprie debolezze. La compassione é quello spazio in cui possiamo sentirci, perdonarci e crescere. La vera compassione nota, ma non giudica. Riconosce, ma senza addossarvi un peso. Ed infine la compassione apre. Apre a noi stessi, alla situazione. Apre agli altri. Da li scatta il riconoscimento che anche gli altri hanno paura e che in questo siamo tutti sulla stessa barca. Siamo tutti un archetipo di uno stesso processo, in un modo o nell’altro. La fantasia vola molto, crea storie, scenari improbabili e a volte distorge il reale. La vera compassione quindi non é qualcosa di lontano, inarrivabile e di un’altra epoca. La vera compassione é una cosa della terra. E’ quella zolla che accoglie tutto, il sole, l’acquazzone ed il vento. Non si scompiglia se un seme cade su di lei e questo non é di suo gradimento. Anzi lo fa crescere. Che cresca un fiore oppure una sequoia non importa. La compassione é una cosa di tutti i giorni. E’ un regalo dal cielo, ma va’ coltivata. E da li, incredibili meraviglie possono nascere come frutto dell’attenzione. In realta’ non c’é niente di cui aver paura. La vita é un dono da accettare con umorismo. Ammettiamo quindi come siamo realmente e finiamola di scappare.

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