Il Muro

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Era iniziato cosi’, quasi per caso, come un ammasso di ciotoli gettati lungo la via prima della collina. Cosi’ piccolo che i passanti distratti lo notavano appena. Eppure, in una giornata come tante altre, quel buffo mucchietto di materia grezza all’improvviso si accorse di esistere. Non sapeva il motivo per cui lui fosse capitato in quel caloroso villaggio. Ignorava davvero chi potessero essere sua madre e suo padre. “Saro’ figlio dal campanile, cosi’ alto e possente?” si chiedeva “o saro’ figlio di quel asilo dove giocano i bambini?” si domandava. Non aveva una risposta a queste domande, perché lui, il muro, come si chiamava, era semplicemente li, come una parte ormai viva del paesaggio. Giorno dopo giorno il muro se ne stava ad assorbire pietra, pioggia e calore. Sembrava che la sua presenza attirasse a se sassi e detriti, quasi fosse lui stesso ad implorare per nuove aggiunte e decorazioni. C’era in lui una voglia di crescere che non si riusciva a spiegare. Per quanto assurdo potesse sembrare, il muro aveva bisogno attirare la terra attorno a se, quasi fosse un desiderio irrefrenabile quello di raggiungere il cielo. Nonostante fosse solo sotto i sole e le stelle, qualcosa in lui lo faceva sempre resistere a tutto. Pure alla tempesta che un brutto giorno lancio’ lontano le campane della chiesa. Tra i primi a notare la sua presenza ci fu qualche lombrico che, dopo le giornate di pioggia, cercava riparo tra le sue fessure per sfuggire ai merli voraci. Fu solo quando inizio’ a gettare una piccola ombra che una vecchietta lo noto’, mentre si recava all’oratorio di prima mattina. Ben presto il muro divenne familiare ai passanti di zona, che ormai lo usavano per indicazioni ed incontri. “Troviamoci al muro”, diceva uno, “quello alla fine della via?” chiedeva l’altro. Senza quasi rendersene conto il muro inizio’ a far parte della vita di quel piccolo paese. Standosene li notava il lattaio che si svegliava sempre prima degli altri, osservava il banchiere e la suora che ogni giorno si salutavano davanti a lui. Nei pomeriggi estivi sopportava i bambini che si divertivano a scalarlo, quando le madri si perdevano nelle loro lunghe conversazioni. Al tramonto poi, ascoltava i sussurri degli amanti che sospirando si appoggiavano a lui. Pure il sindaco ad un certo punto si accorse del muro e decise di aggiungervi dei mattoni rossi in pompa magna. Tutta questa vita che entrava nella sua superficie porosa gli faceva ricevere molto più dei minerali che già conosceva. Eppure non sempre gli risultava facile essere un muro. Per diverso tempo, sotto la pioggia o il caldo afoso, il muro desidero’ essere una di quelle persone che tanto osservava. Loro, infatti, avevano case, famiglie e muri che potessero fare il muro per lui. Eppure, nelle sue lunghe riflessioni (i muri, si sa, hanno tempo), maturo’ l’idea che, tutto sommato, non ci fosse tanta differenza tra lui e chi gli passava davanti. Per diverse estati questo pensiero rimase li fisso, quasi fosse uno dei suoi stessi mattoni. Ancora pero’ non comprendeva appieno l’origine di questa somiglianza. Fu in un giorno come un altro, in cui si celebrava l’ennesimo evento cittadino, che quello che era inizialmente solo un sospetto si mostro’ a lui come una lampante verità: le altre persone erano, come lui, testimoni della vita che scorre. Questa intuizione fece risvegliare nel muro una strana sensazione. Era come se il calore, che normalmente provava nelle giornate di sole, adesso si irradiasse da dentro. Davvero non si spiegava cosa potesse riscaldare in tal modo le pietre che lo componevano. Eppure, quello che era iniziato come lieve pizzicore era ormai come un dolce fuoco che divampava lungo tutta la sua altezza. Il muro non sapeva il perché di questo sentire, ne se gli altri muri provassero la stessa cosa. Come faceva a dire se questa dolce sensazione fosse capitata a lui per destino, per caso o per l’effetto delle proprie azioni. Tutte questi ragionamenti, per quanto ne sapesse, valevano per le persone. Alla fine lui, invece, era solo un muro. Una cosa era pero’ per lui chiara. In quel giorno il muro capi’ di non essere più lo stesso. Anche se le vampate erano ormai passate, lui non riusciva piu’ a starsene li ad attirare a se materiali avidamente. Ne aveva abbastanza di mattoni su cui innalzarsi. Si accorse allora che quel calore improvviso aveva lasciato in lui come un dono. Anche senza spostarsi di un centimetro il muro intese quale era lo scopo per cui si era formato. Lui era li perché il villaggio aveva bisogno di qualcuno, o qualcosa, che assorbisse i ricordi lasciati dai passanti e che, con amore, li passasse agli altri. Giorno dopo giorno. Anche quando i negozi erano chiusi, o quando, per il freddo, solo in pochi si arrischiavano ad uscire. Questa comprensione porto’ nel muro una grandissima pace. Non aveva più bisogno di nuovi sassi per calmare il prurito che provava. La profonda calma che sentiva inizio’ ad irradiarsi nello spazio circostante, espandendosi nella via di fronte a lui, fino alla scuola, la chiesa, lungo tutta la via e poi fuori, fino ad oltre la collina. Anche se nessuno lo disse mai apertamente, agli abitanti del villaggio era ormai chiaro l’amore e la comprensione che il muro donava. In questo lui non era da meno degli alberi che, anche loro immobili, fornivano ogni giorno aria fresca alle persone. Pure da lontano ormai venivano viandanti per sostare brevemente sotto di lui. Certo era sciocco pensare che un muro sentisse cio’ che gli accadeva attorno. Tanto meno che un muro fosse capace di amare. Eppure qualcosa diceva ai passanti che questo era senza dubbio come stavano le cose.

(foto di Natalia Siverina http://www.dreamstime.com)

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